Sunday, July 25, 2010

Le case d’angolo di Fëdor Dostoevskij

Corriere della Sera, 19 luglio 2010

Le case d'angolo di Fëdor Dostoevskij

Mario Vargas Llosa

Cercava sempre abitazioni con finestre che davano su due diverse
prospettive: era il suo modo di essere

Fëdor Dostoevskij visse in tante case e in tanti luoghi diversi - non
si fermò mai per più di tre anni nello stesso posto - ed ebbe sempre
l'ossessione di avere appartamenti ad angolo, con le finestre
affacciate sulle due strade e vicino a una chiesa, in modo da poter
ascoltare le campane, una musica che acquietava il suo spirito.
L'ultima casa in cui abitò, e dove morì nel 1881 qualche mese prima di
compiere sessant'anni, tra la Prospettiva Kuznechny e l'antica strada
Yamskaya, oggi via Dostoevskij, rispondeva a tutti questi requisiti, e
adesso chi la visita può ancora udire i rintocchi delle campane della
vicina chiesa ortodossa di Vladimir che chiamano a raccolta i fedeli.

Questa zona di San Pietroburgo, conosciuta come il «quartiere dei
mercati», oggi pullula di ceceni e di altri forestieri poveri e perciò
è considerata pericolosa per i turisti. Quando visitai la casa per la
prima volta, quarant'anni fa, era un luogo piuttosto triste e
solitario, molto diverso da come è oggi, rumoroso, popolare,
promiscuo, molto vitale. Ancora non esisteva il museo dove sono state
ricostruite le sei stanze in cui Fëdor Dostoevskij e Anna Grigor'evna,
con i loro figli Ljubov e Fëdor, si trasferirono nell'ottobre del
1878, per fuggire dall'appartamento dove era morto il piccolo Aleksej,
una delle tragedie che fecero soffrire di più il tormentato autore de
I Demoni. È una casa modesta, anche se meno ascetica delle precedenti,
perfino con qualche oggetto di lusso, come il servizio da tè in
porcellana che illumina uno degli armadi vetrina o il comodo divano
inglese dello studio dove Dostoevskij poteva sdraiarsi per un breve
riposo tra le interminabili e febbrili nottate durante le quali
scriveva, quasi sempre in uno stato di trance, I Fratelli Karamazov,
una delle sue opere maestre. Era già molto malato. L'appartamento si
trova al secondo piano e ogni volta che saliva le scale, l'illustre
inquilino doveva fermarsi un momento, per riprendere fiato. Il medico
gli aveva proibito di fumare, ma lui rispettava il divieto solo
durante il giorno; la sera fumava ininterrottamente quando scriveva, e
sul suo tavolo da lavoro oggi c'è ancora la scatola di sigarette che
arrotolava con le sue mani nervose mentre rileggeva le cartelle appena
scritte.

Alla fine di gennaio 1881 ebbe la prima emorragia della gola. Chiese
alla moglie di leggergli uno dei suoi passaggi preferiti
dell'esemplare della Bibbia che portava sempre con sé da quando gli fu
regalato dalle mogli dei «decabristi», trentuno anni prima, alla
stazione di Tobolsk, mentre passava di lì, come un condannato, verso
il suo esilio di quattro anni in Siberia. Anna era la sua seconda
moglie, di venticinque anni più giovane di lui. Erano sposati da
undici anni e lei, con la sua energia, devozione e talento, aveva
messo un certo ordine nella vita sempre sregolata e al limite del
catastrofico di Fëdor. Grazie a questa donna giovane e combattiva, le
sue finanze erano migliorate, lei guadagnava qualcosa distribuendo
libri e lui non doveva più immolarsi scrivendo come un forzato. Si era
tolto il vizio del gioco che gli aveva causato tante sciagure. Dopo il
primo malore, ebbe altre due emorragie. La seconda mise fine alla sua
vita. La sua stessa vedova o qualcuno in visita riuscì a fermare
l'orologio dello scrittoio nello stesso istante della sua morte: le
otto e trentotto della sera. L'orologio è ancora lì, centotrent'anni
dopo, a segnare l'ora funesta.

Lo seppellirono nel cimitero Tichvin, del monastero di Aleksandr
Nevskij, alla periferia di San Pietroburgo. È un luogo ameno, e la
tomba di Dostoevskij, circondata di alberi e fiori, con una bella
statua che riflette fedelmente i suoi lineamenti austeri e il suo
sguardo profondo e febbrile, confina con quelle di altri esponenti del
genio creativo russo: Rimskij-Korsakov, Aleksandr Borodin, Modest
Musorgskij, Il'ic Cajkovskij, Glinka. La mattina che andai a vedere la
tomba pioveva, e alcuni visitatori riverenti depositavano mazzi di
fiori sul sepolcro. Io portai mezza dozzina di rose rosse.

Anche se Dostoevskij non nacque a San Pietroburgo ma a Mosca, è questa
la città che lo segnò di più. Qui si formò come scrittore e qui si
fece conoscere e divenne famoso, e fu qui che, dopo i dieci anni di
silenzio letterario che patì per non aver fatto parte del circolo
rivoluzionario dei «decabristi», dovette reinventarsi come scrittore.
San Pietroburgo è dove visse più a lungo. D'altronde nessun'altra
città è più impregnata delle sue storie, dei suoi personaggi e del
misto di truculenza, dramma, spiritualità, rottura intellettuale e
mistero tipico della sua opera, che si percepisce soprattutto
camminando per le viuzze scalcinate del quartiere Sennaya lungo le
sponde del Canale Griboedova, dove si svolgono gli episodi principali
di Delitto e Castigo; un romanzo che Dostoevskij finì di scrivere non
molto lontano da qui, in un appartamento della strada Kaznacheiskaya,
anch'esso visitabile.

È il più realista dei suoi racconti, almeno nel senso che i luoghi che
descrive sono quasi tutti identificabili, alcuni con targhe che li
ricordano. La casa in cui Raskólnikov uccide Aliona Ivanovna, al
civico 104 del Canale Griboedova, si conserva intatta come lui la
racconta, le mattonelle irregolari, le pareti sbiadite e le inferriate
arrugginite, così come la sua gente melanconica e derelitta. Perfino
il mattino plumbeo, piovoso e denso di oscure premonizioni appare
dostoevskiano. Ma ancora più impressionanti sono i luoghi associati
alla vita di Raskolnikov, che sembrano appena usciti dalle pagine del
romanzo, come la soffocante taverna dove questi confessa il proprio
delitto a Zamëtov, o la casa dove l'assassino viveva. È anch'essa ad
angolo, e un busto di Dostoevskij calvo e gobbo ne adorna la facciata.
Le intemperie hanno cancellato la vernice e l'intero edificio - in
realtà l'intero quartiere, povero e sordido - appare sul punto di
crollare. Il lungo atrio in pietra ha un soffitto a volta dove l'eco
ripete ogni suono e il piccolo patio interno, intorno al quale si
sviluppano gli appartamenti, è angusto e sgraziato come la ripida
scaletta che conduce alle abitazioni. Stufa dei visitatori,
un'inquilina che trascina pesantemente la sua grassezza e il suo odio
per la vita ci riempie di imprecazioni. Un gatto miagola da qualche
parte. È impossibile non avere l'impressione che un assassino divorato
dalle sue inquietudini metafisiche si aggiri nei paraggi.

La casa museo di Dostoevskij insiste che, contrariamente alla
leggenda, l'autore de Il sosia era lungi dall'essere un uomo cupo e
amareggiato. Gli piaceva giocare con i bambini per i quali inventava e
leggeva racconti. Mostrava loro la sua collezione di fotografie di
scrittori e artisti famosi che, oggi, sono esposte nella stanza in cui
Anna conservava i libri che vendeva. La maggior parte delle foto sono
di scrittori russi. Fra gli europei, figurano un Chisciotte
slavizzato, alcune opere di Charles Fourier e di Hoffman e le effigi
di Victor Hugo da giovane e di George Sand, una scrittrice che, per un
sorprendente malinteso, finì per diventare immensamente popolare tra i
giovani liberali russi della generazione di Dostoevskij, non tanto
come scrittrice di romanzi, quanto come ideologa progressista e
protagonista di lotte sociali. Qui, frammenti di corrispondenza ci
rivelano le opinioni che il padrone di casa si era fatto di alcune
città dell'Europa occidentale durante i suoi viaggi. La più
inaspettata: che Parigi era una città noiosissima dove non c'era
niente da fare.

Dopo questa peregrinazione dostoevskiana, è quasi obbligatorio che la
giornata si concluda nel Teatro Mariinskij, per assistere a un'opera
adattata da Il Giocatore, con libretto e musica di Sergej Prokofiev.
Anche se la storia e i personaggi sono gli stessi, ciò che accade in
scena ha poco a che vedere con il romanzo di Dostoevskij, almeno per
quanto ricordo, visto che abbondano situazioni farsesche, intrecci e
caricature, e il dramma si dissolve tra i sorrisi. Ma la musica è
splendida, le voci magnifiche, l'orchestra eccellente e il vertiginoso
barocchismo del locale calza come un guanto con lo spettacolo. L'unico
elemento dostoevskiano della serata è il direttore d'orchestra,
Valerij Gergiev, con il suo sguardo elettrizzato e il gesticolare che
passa senza sosta dal moderato al frenetico, dalla delicatezza alla
brutalità, dal sussulto all'estasi, rendendo protagonisti tutti gli
strumenti e tenendo spettatori, musicisti, cantanti (e perfino le
maschere) in uno stato di stupore e di insicurezza sfrenata.

L'ultima volta che vidi Gergiev, a Salisburgo, aveva i capelli lunghi
e una barba di diversi giorni; oggi ha i capelli corti e si rade, ma
mentre dirige l'orchestra continua a essere un posseduto, che va
sempre oltre la partitura, un essere sotterraneo, connesso con le
profondità inquietanti dell'abisso umano, capace di trasformare un
concerto o un'opera in una cerimonia geniale e agghiacciante. Chi lo
conosce mi ha assicurato che nel resto della giornata è una persona
normalissima, a cui piace divorare, nei due ristoranti di sua
proprietà a San Pietroburgo, salmoni bianchi da leccarsi le dita.

Mario Vargas Llosa
(Traduzione di Francesca Buffo)

http://www.corriere.it/cultura/10_luglio_19/vargas-llosa-case-fedor-dostoevskij_a662c562-9314-11df-a33b-00144f02aabe.shtml

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