Saturday, September 26, 2009

Omaggio all'ingrato lavoro dei traduttori

Il Manifesto, 25.09.2009

L'omaggio commosso di Daniel Pennac all'ingrato lavoro dei traduttori

Quelli che seguono sono ampi stralci del discorso preparato dallo
scrittore francese Daniel Pennac, in occasione del premio che le
«Giornate della traduzione», inaugurate oggi a Urbino, gli hanno
assegnato. Pennac non potrà essere presente alla consegna del premio,
restano le sue parole.

Cari amici traduttori, luci della mia pentecoste laica, lasciate che
vi ringrazi e vi dica il mio stupore. Che vi ringrazi per l'onore che
mi fate assegnandomi questo premio e vi dica il mio stupore che
abbiate scelto proprio me per questo onore. Dite che mi siete grati
per il mio atteggiamento generale nei confronti dei traduttori. Quale
gratitudine? Che cosa sarebbe l'uomo che sono, senza voi traduttori?
Un uomo che non parla né legge alcuna lingua all'infuori della
propria, nemmeno l'inglese, (credo peraltro di essere l'ultimo europeo
in questa triste condizione), nemmeno l'italiano nonostante i
trent'anni di amicizia che ci legano. Quest'uomo ha un bisogno vitale
dei traduttori.

Voi siete la mia vita. Le mie vite!

Grazie a voi i miei libri rinascono e attraversano le frontiere. Dico
rinascono, poiché la traduzione di un testo letterario equivale a una
nuova nascita. E il ruolo che svolgono i traduttori in questa nascita
può essere considerato alla stregua di una creazione. La nozione di
traduzione è inseparabile da quella di creazione. La pura e semplice
trasposizione linguistica non è un atto di traduzione, bensì un atto
di duplicazione che produce un ostrogoto incomprensibile. (È
sufficiente leggere le istruzioni per l'uso della mia lavatrice di
origine tedesca, dal design italiano, con l'elettronica giapponese, e
fabbricata in Corea, per essere indotti linguisticamente al suicidio).
Affinché un romanzo viva in un'altra lingua è necessario che qualcuno
gli dia nuovamente vita in questa nuova lingua. E questo qualcuno
siete voi. In cosa consiste la nuova vita di un romanzo ben tradotto?
In un testo che si incarna in una lingua che non è la sua lingua
originale - nel vostro caso, l'italiano - tanto da far esclamare al
lettore: Sembra scritto in italiano! (Cosa che non si può dire delle
istruzioni della vostra lavatrice.)

Ma che cosa ha provocato l'illusione del lettore? La misteriosa
formula dell'ottima traduzione. Nella fattispecie, la capacità di
trasporre in un'altra lingua il lessico classico o popolare
dell'autore straniero, il ritmo della sua scrittura, la sua
musicalità, i suoi sottintesi, le sue allusioni, le svariate
intenzioni dell'autore, in sostanza ciò che non è scritto e che
potremmo chiamare lo spirito del testo, capacità che fa del buon
traduttore una sorta di psicanalista dell'autore. Ma chi dice spirito
del testo dice anche spirito della lingua nella quale il testo è
scritto. Il che fa anche di voi etnologi attenti e linguisti
puntigliosi. Questa capacità di restituire lo spirito di una lingua
straniera nella vostra lingua può nascere solo da una fusione con il
testo e con la lingua di partenza, unita a una perfetta padronanza
della lingua d'arrivo, la vostra. Tale duplice competenza presuppone
un'ubiquità linguistica e letteraria o, per essere più precisi, un
intuito analogico. Questo intuito analogico impone al traduttore di
calarsi in una dimensione di ossessività la quale, fra parentesi, è la
stessa del romanziere al lavoro. Nell'esercizio di questa ossessione
Yasmina Melaouah, la mia traduttrice italiana, Eveline Passet, la mia
traduttrice tedesca, Vlatka Valentic la mia traduttrice croata, Akira
Mitsubayashi il mio traduttore giapponese, Sarah Adams, la mia
traduttrice inglese, o Manuel Serrat Crespo, il mio traduttore
spagnolo - per citarne solo alcuni - mi raggiungono spesso nel cuore
dei miei testi. Ma l'ossessione, cari amici, lo sapete quanto me,
richiede tempo. Richiede durata. E questo tempo, occorre remunerarlo.

Alcuni anni fa, a un convegno in cui mi è stato chiesto cosa pensassi
del fatto che il traduttore è lo psicanalista dell'autore (giacché
l'idea non è mia, e a quel convegno su di essa erano tutti
unanimemente d'accordo), ho detto sì, sì, ho applaudito e ho suggerito
quindi di allineare la retribuzione dei traduttori a quella degli
psicanalisti. Ahimé, fine dell'unanimità. Nessuno era d'accordo con
me, salvo i traduttori presenti, molto divertiti dall'idea. Giacché,
professionalmente, voi siete schiavi dell'ossessione senza la
remunerazione che la sua durata esige. E tuttavia traducete. Molto
bene, nel caso di parecchi di voi.

Quando mi capita di leggere un romanzo straniero mal tradotto, prima
di incolpare il traduttore mi chiedo sempre quanto tempo gli è stato
concesso per entrare in intimità con il testo e nella profondità delle
due lingue in gioco. E quando mi capita di leggere un'ottima
traduzione la mia prima reazione è la gratitudine assoluta per il
traduttore che ha trovato il tempo per la propria ossessione, che si è
consacrato all'utopia letteraria, nonostante una logica di mercato che
si interessa alle lettere solo quando diventano cifre - grosse cifre,
e che non distingue tra la letteratura e le istruzioni per l'uso delle
nostre lavatrici. Di tutto questo, dunque, della vostra ubiquità,
della vostra ossessività, del vostro impegno a far sì che ogni singolo
romanzo si inscriva nella letteratura universale, vi ringrazio. E in
particolare oggi ringrazio Yasmina Melaouah, che tanto spesso mi ha
fatto rinascere in italiano.
(traduzione di Yasmina Melaouah)

http://www.ilmanifesto.it/il-manifesto/in-edicola/numero/20090925/pagina/03/pezzo/260753/